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L’asilo di via Confalonieri

novembre 11th, 2015 by milanoisola Categories: Come eravamo, in evidenza No Responses

Esisteva questo asilo, gestito da Suore di non so quale ordine, che accoglieva ogni giorno bambini dell’Isola perlopiù figli di operai della vicinissima Brow-Boveri o di altri stabilimenti della zona. Era sito in via Confalonieri e lo stabile è stato demolito molti anni fa. Era rimasta per molto tempo ancora visibile solo la parete lunga del “refettorio” con la zoccolatura in smalto celeste e, ogni volta che mi capitava di essere in macchina da quelle parti, non mancavo mai di passare lungo quella via e guardare quel muro. Mi risvegliava ricordi di una dolcezza tale da farmi dimenticare gli assilli quotidiani che mi gravavano sulle spalle.

Gianni nel 1936Mia mamma era operaia alla Brow-Boveri. Abitavamo allora in via Dal Verme, 4. Io ero stato ricoverato per oltre un anno di seguito all’ospedale chiamato Derganino, per le malattie infettive. Entrato a poco più di un anno per il morbillo, ad una ad una avevo fatto tutte le possibili malattie infettive dei bambini dell’epoca e ne ero uscito ai tre anni. Ero stato immediatamente affidato alle Suore di Via Confalonieri. Mia mamma mi depositava da loro al mattino prima delle otto e mi prelevavo alla sera dopo l’uscita dallo stabilimento. Così facevano anche le altre mamme. All’asilo comunale di via Pastrengo non c’era accesso per i piccoli come noi. Occorreva aspettare i cinque anni.

Ricordo, come lo avessi davanti ora, il grande portone di via Confalonieri, in legno scuro con riquardi borchiati, sulla destra il tasto del campanello. Alla chiamata si apriva un portello, la Suorina di turno ci faceva infilare dentro ed il portello veniva immediatamente richiuso con un botto che ho ancora nelle orecchie.
Eravamo in una cinquantina, tra bambini e bambine, tutti con dei grembiulini perlopiù neri, e con in mano, all’arrivo, il nostro cestino di paglia contenente qualcosa per completare il pasto del mezzogiorno. Normalmente nel cestino c’erano: una mela, un formaggino, una michetta e, per i più fortunati, un cioccolatino o un mignin, che era un piccolo wafer quadrato della Wamar.

Quando, a mezzogiorno, seduti sul lungo bancone del “refettorio”, si aprivano i cestini, da questi usciva un inebriante profumo di mela che ho ancora nelle narici. Seguiva la rituale richiesta della Suora che gestiva la tavola : consegnare il foglietto di alluminio che ricopriva il cioccolato. Questa veniva unito ad una grande palla di alluminio, formata appunto da quei foglietti, che troneggiava su di un ripiano in un angolo. ” E’ per i negretti africani ” ci diceva. Chissa…! Poi sul tavolone che ricordo molto molto lungo venivano portate le scodelle di alluminio con il cibo che ci avevano preparato. Che musica il rumore della scodelle in arrivo!

Spesso, molto spesso, al termine della “refezione” ( Che strano, i due termini che ho usato e mi sono affiorati alla memoria: “refettorio” e “refezione”, non li avevo mai usati ne sentiti nel corso della vita. Appartengono solo a quel mondo) Una Suorina mi chiamava e mi consegnava una caramella; mia mamma era passata al ritorno della pausa del mezzogiorno, aveva suonato alla porta ed aveva consegnato, alla Suorina che aveva aperto, una caramella per me. Mi commuove il ricordo del pensiero d’amore di mia mamma, che alle 12 correva dallo stabilimento a casa per preparare da mangiare a mia sorella e poi correva allo stabilimento per essere li alle 13 e trovava modo di farmi avere quella caramella!

La dolcezza delle Monachelle che ci seguivano durante la giornata era ammirevole. Annesso al refettorio c’era un ampio orto ben curato ed un giardino. Qui ci portavano a prendere un pò d’aria e un’attrattiva per noi era rappresentata da una grossa tartaruga che viveva in quegli spazi.
Alle 17, quando le mamme od i papà venivano a prelevarci era una festa.
Vedo ancora davanti a me mia mamma sorridente, nel suo grembiule nero e sento la sua mano che prende la mia e la trovo dura, callosa, per avere impugnato il manico del martello ed altri attrezzi durante otto ore di lavoro,
ma per me quella mano è calore e sicurezza.
Questo è il mio ricordo dell’asilo delle suore di via Confalonieri, all’Isola.

di Gianni Tedeschi

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