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Aiuto, piovono polpette!

maggio 7th, 2018 by milanoisola Categories: News No Responses

Per chi non se ne fosse ancora accorto, ci stanno scippando l’Isola! Fino a poco tempo fa si parlava di gentrificazione, ovvero di trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni. Ma ora si dovrebbe parlare di un vero e proprio acquisto all’ingrosso.

Ce ne siamo accorti tutti. Ogni settimana chiude un negozio di vicinato, una galleria d’arte o in generale una piccola attività, e apre un raviolificio, una hamburgheria, un ristorante a tema, che moltiplicano sì l’offerta per la città, ma al quartiere portano soprattutto più confusione, più macchine, meno vivibilità. E tanta, tantissima gente da fuori. Perché diciamolo, se piace tutti fare 4 passi sotto casa  e trovare un po’ di vivacità, non è che tutte le sere ci strafoghiamo di tortillias, gnocco fritto e involtini primavera. Per poi magari svegliarci un bel mattino e non trovare più nemmeno una panetteria.


Nessuno aveva il prosciutto sugli occhi. Era evidente che la riqualificazione della zona non sarebbe stata indolore, ma ora la salita vertiginosa dei prezzi degli affitti da un lato e la liberalizzazione del commercio dall’altro stanno trasformando radicalmente abitudini, atmosfera, vivibilità del nostro quartiere. Per non parlare del boom di Milano città turistica, che se da un lato porta cambiamenti positivi, un nuovo make up e una piacevole atmosfera più internazionale, dall’altro tende a trasformarla sempre di più in una sgargiante vetrina per turisti affamati italian food e appartamenti low cost, scacciando i residenti verso le periferie e l’hinterland. Che poi magari chiamano “riqualificazioni” delle periferie.

Non di sola movida vive l’uomo. Ovviamente non è solo un problema nostro. La patata bollente è sul piatto di tutti, o quasi: a Torino, Roma, VeneziaFirenze e in generale nelle città a  maggiore vocazione turistica – ma non solo – la storia è la stessa. La crisi dei piccoli imprenditori del commercio al minuto, dei negozianti, è evidente anche dai dati sulla nati-mortalità del settore, e non dipende solo dalla crescita vertiginosa di centri commerciali e acquisti online. Nel 2017 l’emorragia di attività ed esercizi commerciali non si è fermata: complessivamente hanno chiuso senza essere sostituite, circa 10mila imprese del commercio al dettaglio in sede fissa, ovvero con un negozio, al ritmo di una saracinesca abbassata e per sempre ogni ora.

Se ne stanno accorgendo anche in altre città del sud-Europa che i conti non tornano (tranne che per i ristoratori ovviamente), e stanno iniziando a denunciare l’attuale modello di sviluppo turistico predatorio che sta aggredendo molte città, spazzando via intere comunità urbane e contaminando l’ecosistema e i territori.

Fuori di festa. E quindi cosa fare? Alle 10 tutti a nanna  e buonanotte al secchio? Intendiamoci, non siamo fanatici del “si stava meglio quando si stava peggio”, nessuno crediamo possa prendere seriamente in considerazione l’idea di tornare indietro. Ma per carità: fermiamoci qui! Forse è il caso che Comuni e Regioni ci mettano – seriamente – la testa e provino a dare una regolamentazione a questi fenomeni che, se  pure in larga misura  endemici e per lo più inarrestabili, possono risultare più sostenibili se accompagnate da politiche di regolamentazione che rientrino in una più ampia pianificazione di sviluppo della città.

Lo diceva già Pisapia nel lontano 2013 che processi di complicatissima gestione come quelli della movida notturna potrebbero essere in qualche modo “contenuti” localizzandoli nelle zone meno esposte della città, sull’esempio di altre grandi città europee. Non dappertutto la situazione infatti è uguale. Se a  Londra ad esempio negli anni ’80 si era reso necessario creare le condizioni per lo sviluppo di una nightlife nei centri urbani che si svuotavano quasi completamente al termine della giornata lavorativa, a Bruxelles al contrario hanno cercato di spostarla nelle aree più periferiche e meno residenziali, dove il livello dei decibel non confligge con le esigenze di riposo della popolazione residente.

Magari banalmente si potrebbe iniziare a tamponare situazioni che stanno diventando critiche come la nostra attuando politiche di viabilità che disincentivi radicalmente l’uso dell’automobile (vedi zone a traffico limitato nelle ore serali, creazione di parcheggi pubblici economici ai limiti della aree più interessate), riduzione di dimensioni e quantità dei dehors per evitare assembramenti su  marciapiedi, o banalmente applicare più controlli sui venditori abusivi di alcolici e sui comportamenti che provocano sporcizia e degrado. E lavorare su politiche di incentivazione piuttosto che punitive.

Insomma, diamoci una regolata, altrimenti non se ne esce. Sulle nostre teste continueranno a piovere polpette, finché una polpetta gigante non ci travolgerà.

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