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L’Isola com’era? Non solo Ligera

Marzo 3rd, 2021 by milanoisola Categories: Come eravamo, in evidenza No Responses

Sono nato in questo quartiere e vi ho vissuto con alti e bassi per 66 anni, il suo passato non è proprio tra i più limpidi, per anni è stato, come recita il suo nome, “isolato” dal resto della città, non solo fisicamente, ma anche culturalmente. Tuttavia gli uomini e le donne del quartiere hanno sempre avuto il coraggio di resistere alle difficoltà, di affrontare la vita e risollevarsi.

Per darsi conto della caparbietà e risolutezza degli abitanti dell’Isola bisogna tornare alle giornate dal 6 al 9 maggio 1898, quando tutta la città fu messa a ferro e fuoco dai soldati di Bava Beccaris, che cercavano di avere la meglio sui milanesi che protestavano contro il rincaro del pane (da 35 a 60 centesimi al chilo, che equivaleva a tre ore di lavoro di un operaio).
Alla fine di quelle quattro giornate di scontri, si ebbero 118 morti tra la popolazione civile, oltre quattrocento feriti, 1700 arrestati e due vittime tra le forze dell’ordine.
L’unico quartiere insorto dove l’esercito non riuscì ad entrare fu proprio l’Isola.

Per molto tempo ISOLA è stata sinonimo di LIGERA (letteralmente leggera), termine di definizione gergale per la criminalità organizzata presente a Milano fino alla prima metà del XX secolo, quando fu soppiantata da cellule fedeli alle famiglie siciliane, alle ‘ndrine calabresi ed ai clan camorristi.

Si trattava di una disarticolata e disomogenea forma di microcriminalità, composta da delinquenti di bassa categoria talvolta in conflitto tra di loro quali protettori e maîtresse, rapinatori, sequestratori, biscazzieri e allibratori, ladri d’appartamenti, truffatori, spacciatori di narcotici, strozzini, contrabbandieri e ricettatori. L’architettura delle case di ringhiera dell’Isola, i lunghi cortili, gli anfratti, i davanzali e soprattutto l’omertà dei residenti offrivano facili vie di fuga ai malviventi.

Aveva poco a che fare con le grandi potenze del crimine organizzato italiano per via della vasta frammentazione, anche se si può dire che dalle sue file a Milano sono usciti criminali del calibro di Francis Turatello, Renato Vallanzasca, Luciano Lutring, Ugo Ciappina, Luciano De Maria, Arnaldo Gesmundo, Enrico Cesaroni, Bruno Brancher, Carlo Bollina detto il Paesanino, Luigi Rossetti detto Gino lo zoppo, e tra tutti naturalmente Sandro Bezzi e Ezio Barbieri i boss dell’Isola Garibaldi nel dopoguerra.

Per anni il quartiere è stato un’isola di passaggio, un quartiere operaio, laborioso, abitato da molto sottoproletariato urbano, ma anche orgogliosamente ancorato a personaggi storici e eventi fortificanti il suo carattere di gruppo omogeneo e combattivo.
Se qualcuno ha voglia di passeggiare per le vie che compongono la zona e invece di concentrarsi sui locali della movida facesse un po’ più attenzione, potrebbe imbattersi in decine di targhe di “isolani” caduti combattendo contro il nazifascismo, e in piazzale Segrino incontrerebbe pure un monumento eretto in loro memoria.

(…)

Tra l’ottobre del 1965 e il luglio ’68 ho frequentato le scuole medie di via Pastrengo, devo ammettere che non furono molto formative per la mia istruzione, ho compreso solo dopo anni cosa volesse dire insegnare in una classe di trenta giovani di estrazioni differenti che vedevano figli di operai, impiegati e bottegai del quartiere convivere con ragazzi (molti ripetenti cronici) provenienti da famiglie, dove spesso genitori e fratelli erano assenti perché regolarmente in prigione, o occupati in “lavori” che spaziavano dallo sfruttamento della prostituzione (se non dalla pratica stessa della professione), per passare a tutte le categorie di furti (con scasso, con destrezza, con violenza e a mano armata), allo smercio di refurtiva, alla ricettazione, all’incauto acquisto, per arrivare al contrabbando di sigarette prima e lo spaccio di stupefacenti poi, e non era un caso, in quegli anni, incrociare persino assassini di professione (ne ho conosciuti due personalmente).
Alcuni dei miei compagni di scuola non hanno raggiunto i trent’anni, altri hanno passato gran parte della loro vita ingabbiati, ma la maggiorparte, pur essendo cresciuti con gravi difficoltà sono riusciti a riabilitarsi.

Uscii dalle medie con una istruzione insufficiente, dovetti persino riparare tre materie l’ultimo anno diplomandomi a settembre, e con una reputazione non certo limpidissima (nei tre anni mi beccai diversi richiami scritti e pure due settimane di sospensione) devo ammettere che la mia esperienza “VERA” della vita nasce sicuramente da quei tre anni vissuti in una situazione al limite.

Il mio giudizio sulla vita del quartiere vi potrà sembrare un po’ pesante, ma ricordatevi che fino agli anni ’60 e in parte i ’70 la fama dell’Isola non era tra le migliori e molti la definivano la “casbah” di Milano, veniva descritta come una zona “da stare alla larga” come se si trattasse di un covo unico di malavitosi o giù di li ed erano anni in cui, chi non ci viveva, e passava a bordo del 4 o del 31 (i tram che in quegli anni percorrevano via Ugo Bassi e via Porro Lambertenghi) rimaneva attaccato ai finestrini per vedere cosa c’era “dentro” l’Isola.

Oggi molte persone, quando sanno che vivo all’Isola, mi chiedono come ho fatto a trovare casa nel quartiere più In di Milano, io rispondo che ci sono nato e sorrido, pensando a tutti gli anni che ho passato dichiarandomi abitante in Viale Zara per mascherare il mio vivere in una zona considerata all’epoca altamente pericolosa.
Il quartiere ha conquistato la sua emancipazione, è uscito dal suo isolamento, ha raggiunto la nomea di una zona di “Movida” notturna, enogastronomica e culturale, si è rifatto il look, ha saputo mantenere le sue origini popolari sane e ha lottato per non essere soffocato dai grattacieli riuscendo ad inglobarli nella sua natura di vera milanesità.
Resta comunque il fatto, come sapeva bene il Bava, che noi dell’Isola non siamo gente da prendere alla “ligera”.

di Pierluigi Nava

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